Suonatori di Baghèt, baghetér

Come potete intuire anche dal sottotitolo del sito, il Baghèt è la cornamusa lombarda.

Ma quanti esemplari diversi esistono all'interno di questa famiglia di strumenti e qual'è la loro storia? 

Partiamo da lontano, sia nel tempo che nello spazio, e cerchiamo di fare un po' di luce sul passato spesso molto fumoso di questi strumenti, destino a cui non sfugge nemmeno il nostrano Baghèt. 

Dirò subito che con il termine generico "cornamuse" si intende una grande famiglia di strumenti, che conta al suo interno centinaia di esemplari diversi. Le cornamuse infatti, a quanto ne sappiamo attualmente, pare siano comparse più di 2.000 anni fa nel bacino del Mediterraneo. Per essere più precisi, antenati delle attuali cornamuse si possono già trovare nell'Antico Egitto, ma in questo caso si trattava semplicemente di canne provviste di ance, senza sacca né bordoni, che saranno aggiunti molti secoli dopo.

Nella Bibbia, nel Libro del Profeta Daniele, scritto oltre 500 anni prima della nascita di Cristo, si fa menzione di strumenti definiti con il termine aramaico "sumponyàh" e tradotti con "zampogna" o "cornamusa" in molte versioni della Bibbia (Cfr. Da 3, 5-15). Tali strumenti sarebbero stati suonati alla corte del re babilonese Nabucodonosor II. Tuttavia, non si sa con certezza di che strumenti si trattasse esattamente.  

La prima cornamusa in senso stretto, quindi provvista di sacca, di cui si hanno notizie certe compare durante l'Impero Romano: si trattava della Tibia Utricularis, e pare addirittura che lo stesso imperatore Nerone ne fosse un suonatore. Esiste a tal riguardo anche una controversa teoria secondo la quale questo imperatore, durante il famigerato incendio di Roma, avrebbe suonato proprio una Tibia Utricularis e non la lira, come vorrebbe invece una tradizione ormai entrata nell'immaginario collettivo ma del tutto priva di reale fondamento.

Comunque pare che gli stessi Romani ritenessero la loro cornamusa di origine Greca o Etrusca. Partendo quindi dal bacino del Mediterraneo, nel corso dei secoli l'impiego delle cornamuse si è poi esteso a tutta l'Europa, a buona parte dell'Asia e al Nord Africa e ovviamente ogni popolazione ne ha sviluppato una propria variante, insieme a stili musicali e tecniche esecutive spesso anche molto diversi tra loro.

Per inciso, l'uso dei bordoni, canne che hanno lo scopo ti tenere una nota fissa e del tutto inesistenti nel mondo antico, pare essersi sviluppato soltanto in epoca medievale, e ancora oggi si possono trovare alcuni tipi di cornamusa sprovvisti di bordoni in varie parti d'Europa, Asia e Africa. 

Riguardo poi alle cause che hanno portato alla nascita di questa categoria di strumenti, l'ipotesi più accreditata è quella che indica l'aggiunta della sacca come sistema per evitare la difficile tecnica della respirazione circolare, già conosciuta nel mondo antico. In questa tecnica, l'esecutore accumula una riserva d'aria all'interno della bocca, gonfiando quindi le guance, sfruttando poi questa riserva per mantenere il suono dello strumento mentre inspira.

In pratica, si tratta di inspirare ed espirare contemporaneamente, e le guance si comportano esattamente come la sacca di una cornamusa. Come potrete facilmente intuire non si tratta di una cosa esattamente automatica, e richiede quindi parecchio esercizio! Come se ciò non bastasse, l'impiego eccessivo delle guance porta col tempo ad alterazioni dei tratti somatici, deturpando non poco il viso. Per evitare questi inconvenienti  sarebbe così nata l'idea di aggiungere una sacca a strumenti preesistenti, permettendo in questo modo di mantenere il suono continuo, senza interruzioni, in modo molto più facile e non dannoso per l'estetica!   

Bene, questa era la premessa, la parte della storia che accomuna un po' tutte le cornamuse attuali. Parliamo adesso del nostro caro Baghèt.

Innanzitutto va detto che questo strumento è solo una delle cornamuse presenti sul territorio italiano. Accanto al Baghèt abbiamo infatti la Piva Emiliana e la Musa delle Quattro Province, senza contare un numero indefinito di strumenti un tempo diffusi sul territorio nazionale e oggi purtroppo scomparsi. Allo stesso modo non dobbiamo dimenticare le parenti più prossime delle cornamuse, cioè le zampogne del Centro e Sud Italia, che pur essendo simili per certi aspetti alle cornamuse, non possono essere classificate come appartenenti alla stessa famiglia in quanto differiscono per alcuni aspetti fondamentali di natura musicale e costruttiva.

In quest'ottica nemmeno i relativi suonatori possono essere chiamati con lo stesso nome. Ebbene sì: un suonatore di cornamusa NON È uno zampognaro, l'avreste mai detto? In effetti in Italia c'è molta confusione tra le due cose... Per farla breve senza entrare in dettagli troppo tecnici, dirò solo che cornamuse e zampogne appartengono a due tradizioni diverse, sono frutto di evoluzioni storiche completamente differenti e mischiare le due cose può risultare offensivo per entrambe le parti in causa, togliendo loro le caratteristiche che le contraddistinguono!

Ma come si chiama allora in italiano un suonatore di cornamusa? Beh, la cosa è controversa ma io lo chiamerei proprio così, "suonatore di cornamusa". Ovviamente un suonatore di Baghèt può essere indicato anche con il termine dialettale "baghetér", che però naturalmente non si adatta agli altri strumenti. Qualcuno, basandosi sul suffisso "-ista" che viene generalmente unito al nome di uno strumento per designare il suonatore dello stesso (p.e. chitarrista, clarinettista, pianista, batterista ecc...), ha avanzato il termine "cornamusista", ma devo dire che personalmente lo trovo piuttosto cacofonico e in definitiva orripilante. In ogni caso è sempre meglio del termine "cornamusaro" che purtroppo mi è capitato a volte di sentire. Direi che in questo caso non ci siamo proprio, lo considero praticamente un'offesa, un'onta da lavare col sangue... Ovviamente sto scherzando, però "cornamusaro"... proprio non si può sentire!!!

Torniamo alla storia del Baghèt.

Dirò anzitutto che c'è un bel po' di confusione in giro circa la reale natura di questo strumento e la sua storia. Non sono molti i ricercatori che si sono dedicati alla nostra cornamusa, e anche tra loro purtroppo tutto si può dire tranne che ci sia comunione di intenti e di vedute. Se poi uniamo il tutto a una bella dose di rivalità, purtroppo presente in larga misura tra ricercatori o strumentisti e del tutto fuori luogo secondo me quando si parla di musica e di tradizioni... Beh, il quadro che ne esce è tutt'altro che invitante, tuttavia cercherò di fare il possibile per illustrare con un minimo di logica la storia e le caratteristiche del Baghèt.

Molti dicono "Il Baghèt, la cornamusa bergamasca"... Bene, inizierei proprio da qui, tanto per cominciare toglierei l'aggettivo "bergamasca", dal momento che a quanto ne sappiamo era diffuso in buona parte della Lombardia, con, quello è vero, una forte predominanza nelle province di Bergamo e Brescia.

Suonatori di Baghèt, baghetér

E allora chiamiamolo "Il Baghèt, UNA cornamusa lombarda"! Ma perché "una"? Perché, sempre a quanto ne sappiamo, non possiamo in alcun modo escludere in passato la presenza di altri tipi di cornamuse negli stessi territori del Baghèt o al limite in aree limitrofe. Forse, nemmeno il termine "lombarda" potrebbe essere poi così indicato, dal momento che da alcune fonti iconografiche pare esistesse anticamente uno strumento del tutto simile al Baghèt in provincia di Verona. 

Insomma, come forse avrete intuito, la storia di questo strumento è avvolta nella nebbia dei secoli, come accade solitamente quando si ha a che fare con uno strumento di umile origine, privo quindi di qualsivoglia citazione in documenti ufficiali. Contrariamente a quanto è successo per esempio con la cornamusa scozzese, la cui costante presenza in ambienti nobiliari ci ha permesso di ricostruirne con una buona certezza la storia, almeno nei secoli più recenti, il "povero" Baghèt è sempre stato usato solo dalle classi meno abbienti, tranne forse nel Medioevo quando un antenato dell'odierno Baghèt veniva suonato presso alcune corti, salvo poi essere dimenticato e relegato appunto al mondo contadino quando il gusto musicale dei nobili cambiò.

Segnatevelo bene: secondo alcuni studiosi il Baghèt non veniva usato in ambiente pastorale, come vorrebbe una certa iconografia. Sempre secondo questi studiosi, i pastori, con la loro vita nomade, non avrebbero potuto conservare con cura uno strumento tanto delicato quanto lo è una cornamusa, con la sua ipersensibilità agli sbalzi climatici e ai cambi di temperatura e umidità. Il Baghèt sarebbe stato suonato solo dai contadini, durante i mesi invernali quando il lavoro nei campi dava più respiro e la gente si riuniva a sera nelle stalle, quando le nonne intrattenevano i nipotini con misteriose storie dal sapore antico e gli uomini ne approfittavano per prendere in mano la loro cornamusa e deliziare i presenti con qualche danza o con qualche canzone. 

Sì, perché il repertorio del Baghèt è composto in buona parte da marce, canti e danze e non solo da pastorali natalizie, e non si suonava quindi solo in occasione del Natale, come molti pensano! Per saperne di più a questo riguardo vi rimando comunque alla pagina apposita

Tornando alla storia dello strumento, personalmente in realtà basandomi proprio sull'iconografia non me la sento del tutto di escludere un utilizzo del Baghèt anche in ambiente pastorale, in tempi sufficientemente antichi da non poter avere testimonianze dirette e magari durante i mesi estivi, quando il clima era migliore e i pastori passavano (e ancora passano) lunghe giornate in alpeggio badando alle greggi, tanto per fare un'ipotesi. Insomma, tutte quelle generazioni di pittori che hanno raffigurato pastori con in mano una cornamusa, non necessariamente solo il Baghèt, non si saranno immaginate tutto, dico io! Che ne sappiamo noi di come viveva esattamente la gente al tempo? Loro c'erano, noi no, almeno il beneficio del dubbio dovremmo concederglielo, in mancanza di documentazione scritta.

Dopotutto, le testimonianze più o meno dirette raccolte dai suddetti studiosi riescono a risalire al massimo al XIX secolo, mentre i quadri che rappresentano pastori intenti a suonare una cornamusa risalgono praticamente tutti a epoche precedenti. Se non altro, è perlomeno lecito ritenere che l'uso di questi strumenti possa essere cambiato anche in questo senso, nel corso dei secoli. 

Ma cosa sappiamo invece della storia evolutiva di questo strumento, cioè di come la sua forma è cambiata nel corso dei secoli? A dire la verità ben poco!

Anche in questo ambito, in mancanza di testimonianze scritte, dobbiamo affidarci all'iconografia, che ci aiuta anche a capire in che periodo lo strumento ha fatto la sua comparsa nei nostri territori, o perlomeno in che momento storico esso era indubbiamente presente.

Sicuramente sappiamo che un antenato del Baghèt era usato in provincia di Bergamo già verso la metà del XIV secolo, come testimonia un affresco del 1347 che si trova nella Basilica di Santa Maria Maggiore in Città Alta a Bergamo.

Alla fine dello stesso secolo si fa risalire un altro affresco situato nel castello di Bianzano (BG) e queste, insieme a poche altre simili, sono praticamente le uniche fonti antiche che abbiamo per poter ricostruire almeno a grandi linee la storia del Baghèt. 

L'iconografia ci dice anche che in origine il nostro strumento, o meglio il suo antenato, era del tutto sprovvisto di bordoni, come testimonia l'affresco in Santa Maria Maggiore. Dall'affresco di Bianzano apprendiamo invece che nell'arco di  circa 50 anni aveva fatto la sua comparsa il primo bordone.

Anche qui però per come la vedo io la cosa è piuttosto controversa, nel senso che i due tipi di strumento avrebbero anche potuto coesistere nello stesso periodo storico, così come al giorno d'oggi coesistono cornamuse a zero, uno, due, tre o più bordoni. Non lo sapremo mai, almeno fino a quando non verrà inventata la macchina del tempo!

A un certo punto della sua evoluzione, allo strumento venne aggiunto il secondo bordone, ma stabilire con precisione quando è un compito piuttosto arduo. Basandoci sulla storia di altre cornamuse europee possiamo collocare questo evento da qualche parte tra il XVII e il XVIII secolo, forse addirittura all'inizio del XIX secolo,ma nulla di più. 

Una sola cosa è certa: il Baghèt, come qualunque altro strumento musicale, ha fortunatamente subito un processo evolutivo che nel corso dei secoli lo ha portato a migliorare. Sembra una cosa ovvia, eppure c'è in giro qualcuno che si ostina a sostenere che il Baghèt andrebbe costruito solamente prendendo ad esempio i pochi modelli storici sopravvissuti, senza tentare di migliorarlo, solamente perché "una volta si faceva così"...

Inutile dire che con questa mentalità l'essere umano sarebbe rimasto nelle caverne. Per fortuna ci sono anche costruttori che non la pensano così e cercano di migliorare lo strumento adattandolo alle esigenze moderne, sicuramente diverse da quelle dei nostri antenati.

Continuando con la storia dello strumento, rimane da dire che intorno agli anni '50 del XX secolo il Baghèt cadde progressivamente in disuso, fino al totale abbandono, a causa del declino della civiltà contadina, soppiantata dallo sviluppo industriale. Durante questo periodo si iniziarono infatti a usare strumenti di più facile manutenzione, come ad esempio la fisarmonica, che per certi versi è pure imparentata con le cornamuse. L'avreste mai detto?

È stato solo a partire dagli anni '80 che alcuni ricercatori, con un paziente e lungo lavoro di recupero, sono riusciti a ricostruire lo strumento grazie ad alcuni antichi esemplari ritrovati. Essi sono riusciti inoltre a recuperarne almeno parzialmente il repertorio, parlando con gli ultimi baghetér rimasti, anche se ormai non più in attività da decenni, e raccogliendo le testimonianze degli anziani che ancora ricordavano i tempi in cui si poteva udire il suono del Baghèt lungo le vallate. 

Praticamente è solo grazie a questi ricercatori se ancora oggi possiamo udire il suono di questo antichissimo strumento. A loro va quindi tutta la gratitudine di chi, essendo nato troppo tardi, non ha potuto fare molto per preservare la memoria storica del Baghèt, pur essendo arrivato ad amarlo anche grazie al loro lavoro di ricerca. Senza queste persone molto probabilmente sarebbero bastati solo pochi anni in più e del Baghèt avremmo perso tutto, forse anche la memoria! 


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