Suonatore di Baghèt

In questa pagina vediamo come è fatto e come funziona un Baghèt, e anche...                         

perché si chiama proprio così!


Inizio con il dire che il Baghèt, come la maggioranza delle cornamuse e come tutte le zampogne, è uno strumento aerofono a sacco ad aria calda. Tradotto in termini semplici vuol dire che per funzionare ha bisogno di una sacca che funziona da riserva d'aria, che viene immessa dal suonatore semplicemente soffiando. Trattandosi di fiato, l'aria è ovviamente calda, mentre esistono alcune cornamuse nelle quali l'aria viene immessa tramite un mantice azionato con il gomito dall'esecutore. In questo caso invece l'aria è fredda. 

L'utilizzo della sacca al posto dell'immissione diretta di aria nello strumento (come avviene ad esempio con flauto, clarinetto, oboe e via dicendo) ha principalmente un duplice scopo. Anzitutto permette di far funzionare più canne contemporaneamente, dal momento che queste sono tutte innestate nella sacca.  In secondo luogo così facendo si ottiene un suono continuo, senza le interruzioni necessarie all'esecutore per riprendere fiato. La sacca infatti funziona da riserva d'aria, continuando ad alimentare le canne anche mentre il baghetér (suonatore di Baghèt) respira. 

Vediamo ora nel dettaglio le varie componenti di questo strumento, il loro nome, la loro funzione e i materiali che vengono usati nella costruzione.

Iniziamo con questa bella immagine, che ritrae un mio vecchio strumento:

Come è fatto il Baghèt

 

Passiamo ora alla spiegazione.

Pìa o diana: è la canna che produce la melodia, quella sulla quale l'esecutore mette le mani. Provvista di sette fori nella parte anteriore e di un foro in quella posteriore, produce una scala maggiore diatonica di un'ottava più la sensibile inferiore (scusate il tecnicismo, a volte necessario per spiegare bene lo strumento). Alcuni strumenti in circolazione sono comunque in grado di eseguire anche due o tre note della seconda ottava, cosa che permette di ampliare il repertorio. Ovviamente questo dipende dal costruttore, dalle ance usate e dal modello scelto.

Pur trattandosi come dicevo di uno strumento diatonico, quindi non in grado di produrre note alterate ben definite, alcuni cromatismi sono comunque possibili, anche se di intonazione approssimativa e soprattutto non ottenibili con tutti gli strumenti in circolazione. Anche questo dipende infatti molto dall'ancia usata e da come è costruita la diana.

Riguardo poi la tonalità in cui viene tagliato il Baghèt, in genere i costruttori attuali fanno strumenti in Sib, in Do, oppure in Sol. Storicamente lo strumento era invece intonato da qualche parte tra il La e il Sib, anche se la tonalità precisa rimane difficile da stabilire con certezza a causa dell'esiguo numero e delle condizioni dei pochi strumenti antichi ritrovati, il cui legno ovviamente ha subìto modifiche a causa del tempo trascorso che ne hanno alterato l'intonazione. 

Teniamo anche presente che spesso lo strumento veniva costruito dallo stesso baghetér oppure da un falegname locale, non certo da un liutaio professionista. Insomma, da strumenti simili è ben difficile aspettarsi un'intonazione perfetta.  

Tornando alla diana, essa funziona grazie ad un'ancia doppia, abbastanza simile a quella del fagotto, anche se di dimensioni più ridotte. Quest'ancia può essere in legno di canna comune (Arundo donax) oppure in plastica o mylar.

Nel caso vi chiedeste quale materiale funziona meglio, la risposta è indubbiamente la canna. Le ance in plastica infatti danno un suono piuttosto freddo e sgradevole, senza contare che essendo più sottili risentono molto di più degli sbalzi di pressione dell'aria, rendendo l'intonazione dello strumento molto instabile. 

L'altro nome della diana, cioè "pìa", in alcune zone della provincia di Bergamo in passato veniva usato anche per indicare l'intero strumento. Il Baghèt veniva così chiamato Pìa anziché appunto Baghèt, e a volte i due nomi venivano uniti denominando lo strumento Pìa Baghèt. 


I bordoni: come potete notare nell'immagine sopra, sono due, un tenore (in bergamasco prìm òrghen, primo organo) e un basso (segònd òrghen, secondo organo). Servono a fornire una nota fissa d'accompagnamento, chiamata appunto nota di bordone. Entrambi i bordoni sono intonati sulla nota fondamentale, ma il bordone tenore un'ottava sotto rispetto alla tonica della diana, mentre il basso due ottave sotto.

Queste canne funzionano grazie ad ance semplici, in passato ricavate sempre dalla canna comune ma al giorno d'oggi costruite principalmente in materiale plastico. A differenza di quanto avviene con la diana, nel caso dei bordoni è infatti preferibile usare ance in plastica, dal momento che il modo in cui sono costruite non influisce sulla stabilità dell'ancia, anzi! In questo caso le ance sintetiche sono molto più stabili di quelle naturali, visto che risentono molto meno dell'umidità che si forma all'interno della sacca e in generale degli sbalzi di temperatura esterni.

Unica pecca, il suono è leggermente meno bello rispetto a quello delle ance naturali, ma i costruttori stanno raggiungendo buoni risultati anche con il timbro delle ance sintetiche, che migliora sempre più. C'è comunque da dire che nella scelta delle ance sintetiche sono da scartare i modelli con lamella in metallo, che producono un suono sgradevole, più un ronzio che un suono vero e proprio. Molto meglio indirizzarsi su modelli con lamella in plastica, che sono decisamente "più musicali"!

Riguardo alla scelta delle anche sintetiche al posto di quelle naturali, c'è anche da dire che è meglio sacrificare leggermente la qualità del suono dello strumento a favore della sua intonazione. Uno strumento con un suono bellissimo ma stonato risulterà sempre spiacevole da ascoltare, cosa che non avviene con uno strumento invece dotato di un timbro di qualità leggermente inferiore ma ben intonato. Del resto non sono solo le ance a influire sul timbro dello strumento, una buona parte la fa anche il legno usato per la costruzione dello strumento, come vedremo più avanti.

Per il momento mi limito a dire che il problema dell'intonazione non è affatto di poco conto, quando si parla di cornamuse. In Scozia, Paese in cui la sanno decisamente lunga sull'argomento, si dice che i suonatori di cornamusa sono degli strani individui che passano metà della loro esistenza a intonare lo strumento e l'altra metà a suonare stonati... ovviamente anche il nostrano Baghèt non è esente da questo difetto, anzi!

Per fortuna però questo non è sempre vero! Soprattutto grazie all'evoluzione moderna degli strumenti si possono ottenere cornamuse ben intonate, a patto però che sia il costruttore che l'esecutore sappiano il fatto loro. Purtroppo molta gente è convinta che le cornamuse siano strumenti spiacevoli da sentire solo perché non ha mai avuto il piacere di sentirne una ben intonata e suonata da qualcuno che padroneggi correttamente la tecnica della respirazione, altra cosa che influisce sull'intonazione dello strumento insieme alla gestione delle ance e ad altri dettagli tecnici. 


La sacca: è quella che dà il nome allo strumento. In bergamasco il suo nome è infatti "baga", e il termine "Baghèt" è semplicemente un suo diminutivo, in pratica vuol dire "sacchetto". In effetti, un baghetér sarebbe un suonatore di sacchetto... quale onore! La sacca può essere fatta in pelle animale, in genere di vitello, oppure in materiale sintetico ovviamente impermeabile e a tenuta stagna, in modo che non permetta fuoriuscite di aria, che deve ovviamente essere indirizzata tutta verso le canne.

In questo caso non ci sono dei veri pro e contro a favore dell'uno o dell'altro materiale a livello musicale, nel senso che la scelta di una sacca sintetica piuttosto che di una in pelle non influisce granché sulla qualità del suono. L'unica cosa che si può dire è che la sacca sintetica richiede meno manutenzione, tende a durare di più ed è anche più igienica di quella in pelle, dal momento che può essere disinfettata all'interno usando appositi prodotti. 

Questo particolare non è comunque di poco conto, dal momento che all'interno di una sacca possono svilupparsi muffe anche molto dannose per la salute, grazie all'umidità costante a cui è sottoposta. Quindi, una disinfettata almeno una volta all'anno male non fa di certo.

Attenzione però, come ho già accennato bisogna usare disinfettanti pensati appositamente per questo scopo, perché l'uso di prodotti non adatti può danneggiare permanentemente la sacca, specie rovinandone le cuciture e compromettendone quindi la tenuta di aria. 

Per finire l'argomento, la sacca in genere viene rivestita con un coprisacca in tessuto. La scelta della tipologia di tessuto e del suo colore è lasciata interamente al gusto del baghetér, che può così personalizzare il proprio strumento.


L'insufflatore: serve semplicemente a immettere aria all'interno della sacca. Alla sua base, quindi nella parte che entra nella sacca, ha una valvola di non ritorno, che serve a evitare che l'aria all'interno della sacca torni in bocca all'esecutore invece di dirigersi verso bordoni e diana, dove è sicuramente molto più utile. 


I legni: basandosi sui pochi esemplari antichi sopravvissuti, si può dire che tradizionalmente il Baghèt era costruito usando quasi sempre legno di bosso e molto più raramente corniolo o altri legni.  Al giorno d'oggi invece ce n'è davvero per tutti i gusti, in pratica dipende dal costruttore e dal gusto del suonatore. Si possono così trovare Baghècc (il plurale di "Baghèt") in bosso, frassino, acero, ulivo, corniolo, palissandro e, raramente, ebano.

Il mio consiglio in questo caso, se avete intenzione di acquistare un Baghèt, è quello di contattare i costruttori e farvi dare una dimostrazione del tipo di suono caratteristico di ogni legno. In questo modo potrete anche farvi un'idea di come lavora e che tipo di strumenti produce ogni artigiano.  

Non vi spaventate, non sto parlando di girare per mesi, alla fine in provincia di Bergamo ci sono solo tre artigiani specializzati nella realizzazione di Baghècc, e che io sappia uno solo fuori provincia!!!

Ovviamente i legni possono anche essere mischiati tra loro, purché si segua una certa logica. Per farvi un esempio, alcuni strumenti in circolazione presentano una diana in bosso e bordoni in frassino. Questo perché il gusto personale può portare l'esecutore a scegliere un legno con suono potente e squillante per la diana, come lo è appunto il bosso, mentre per i bordoni può preferire un legno dal suono più caldo e scuro. 

Comunque, in linea di massima, più il legno sarà duro più il suono sarà chiaro e potente, più il legno sarà morbido e più il suono sarà dolce e caldo. Questione di gusti, appunto! Nel caso del frassino, informatevi dal costruttore sulla provenienza del legno da lui usato, in quanto il frassino può presentare caratteristiche anche molto diverse in base al terreno sul quale cresce. In ogni caso va anche detto che non è solo il legno dello strumento a influenzarne il timbro, come ho detto nella sezione apposita anche le ance usate fanno la loro parte, e non è nemmeno una parte tanto piccola!

Diciamo che nella scelta dello strumento è bene valutare attentamente in egual misura sia il legno che le ance. Inoltre c'è da dire che la scelta del legno influisce anche molto sul prezzo dello strumento. Un Baghèt interamente in bosso (o in ebano, o comunque in altri legni duri), se è legno di qualità e non dozzinale, può arrivare a costare come tre o quattro strumenti fatti solamente in frassino. Questo perché ovviamente il bosso è un legno molto più raro e pregiato del frassino. In compenso uno strumento in bosso può durare virtualmente per secoli, se trattato con il dovuto riguardo, cosa che difficilmente si potrà ottenere invece con uno strumento in frassino. 

Quanto a me, dopo aver usato vari tipi di strumenti, alla fine ho optato per uno strumento interamente in bosso, anche se ho dovuto vendere un rene e altre cose di minor importanza per potermelo permettere. In compenso sono assolutamente felice della scelta, che tra l'altro mi ha anche permesso di riallacciarmi alla tradizione dei baghetér dei tempi andati. 

A proposito dei vecchi baghetér, chiudo con una piccola curiosità che riguarda proprio il legno da usarsi per lo strumento. Secondo alcuni ricercatori che si sono occupati di ricostruire la storia del Baghèt, il legno adatto per la nostra cornamusa doveva essere di colore chiaro.

Uno strumento in ebano, quindi nero, sarebbe stato visto dai nostri antenati come un qualcosa di demoniaco, da evitare accuratamente, specie se abbinato a un coprisacca rosso.  

Per fortuna i tempi sono cambiati, e al giorno d'oggi siamo liberi di scegliere il legno che più ci aggrada, basandoci solo sulla sua resa timbrica e al massimo sul suo impatto sulle nostre finanze, senza andare a scomodare le potenze infernali!


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